Riflettendo su quante persone richiederebbero la nostra spassionata attenzione...e, soprattutto, ricordandomi di tutte quelle persone che incontro sul mio percorso e che hanno comportamenti che giudico strani o che mi infastidiscono...allora mi domando: cosa nascondono i loro messaggi trasmessi nei loro modi spesso esagerati, stereotipati, ripetuti, pedanti o irritanti? quali richieste d'auito si nascondono dietro alle loro miriadi di parole incalzanti o ai loro esasperati silenzi?
Non a caso, mi è capitato di leggere questo articolo di Claudio Risé:"..Il punto vero è quello del dolore dell’altro e del nostro ascoltarlo, del nostro assumerne la responsabilità. Perché altrimenti, se non lo facciamo, l’altro si spezza, si rompe. E magari, in una crisi incontenibile, ci spezza. Perché l’altro, come noi del resto, è fragile, è delicato. Il suo equilibrio dipende da tante cose, che hanno nomi clinici e complicati. Ma alla fine una sola è quella decisiva: l’amore. Se non ce n’è abbastanza, o l’altro non lo percepisce, qualcosa, dentro, si spezza.
Il fatto è che il dolore dell’altro, come del resto il nostro, noi lo ascoltiamo sempre meno. Anche perché questo ascolto non ci viene presentato come così importante: l’accento del sistema di comunicazioni è sempre sulla forza, il successo, la realizzazione, l’assertività.
Tutto giusto, ma il balbettio, la parola smozzicata, la frase cominciata e non finita, chi li ascolta più? Chi si chiede cosa significano? Al marcire inesorabile del Re pescatore, degli infiniti Re pescatori che ci circondano (e noi stessi siamo), chi ci bada, nel delirio delle vacanze smaglianti, delle donne bellissime, degli uomini quasi onnipotenti di cui il sistema di comunicazioni ci riferisce eccitato ogni mossa, ogni sguardo volitivo? Quanto tempo deve passare, quante tragedie devono accadere attorno a noi, perché l’ottuso Parsifal dentro di noi finalmente si svegli e osi porre all’altro accanto a sé (che poi è anche se stesso) la domanda decisiva, la parola davvero risanante:


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